mercoledì 7 settembre 2016

#SaloneNautico di #Genova: Arte e navigare al #sn56




“Il mare è un luogo metafisico: spazio isolato, astorico, di pienezza e di solitudine, in
cui i conflitti spirituali raggiungono con facilità le posizioni estreme e radicali ed in
cui gli uomini vengono a trovarsi, drammaticamente, alle prese con l'Assoluto.”
Joseph Conrad


(foto am)

“Sea Visions”7 punti di vista di Annalaura di Luggo: una apertura culturale al mare fuori e dentro di noi


Al 56.mo Salone Nautico Internazionale di Genova 20-25 Settembre 2016 conferenza introduttiva (martedì 20 Settembre ore 14.30 VIP Area Pad B piano ammezzato ) con l’artista Annalaura di Luggo e illustri ospiti: il prof. di sociologia dell’arte Luigi  Caramiello, l’attore Alessandro Preziosi, l’attore Daniel Mc Vikar, la presentatrice televisiva Valeria Altobelli (i cui occhi saranno esposti all’evento).

"Le sette visioni di Annalaura di Luggo, costituiscono altrettanti momenti e prospettive di osservazione, interpretazione, esplorazione e scoperta, che liberano il lavoro creativo dell'immaginazione. Così come i grandi navigatori del passato tentavano nuove rotte, per scoprire terre sconosciute, l'artista usa la sua sensibilità per solcare gli oceani infiniti delle emozioni e del sentimento. Micro e macro, dentro e fuori, finito e infinito, sono le dimensioni cui rivolge il suo sguardo. Il mare, che ha dato alla terra il dono della vita, oggi dopo gli infiniti giochi dell'evoluzione, è ancora al centro del divenire umano, come strada di comunicazione, via di accesso, ma anche immenso muro d'acqua, barriera insormontabile. Superficie di calma e dolce meditazione, ma anche onda travolgente, perigliosa e inarrestabile, che tutto può trascinare nei suoi abissi. La mente dell'uomo ha delle profondità che eguagliano quelle dei mari. Forse, pure per questo un viaggio per mare è sempre anche un viaggio, reale e fantastico, dentro se stessi. Ed è in questa metafora che l'artista connette l'arte della navigazione, con suo modo affascinante e suggestivo di navigare nei mondi dell'arte". Così ben descrive Luigi Caramiello nella sua ratio operis.


L’artista Annalaura di Luggo dopo aver esposto in tutto il mondo il suo progetto performativo fotografico "Occh‐IO/Eye I" ricollega il suo mondo dell’arte a quello della nautica da diporto (lei è anche Consigliere delegato di Fiart Mare) con il progetto “Sea Visions 7 punti di vista” che vedrà dedicate 7 installazioni al Salone Nautico Internazionale di Genova.
"Ho deciso di cominciare la mia indagine dall’occhio, che, per gli antichi, era lo specchio dell’anima. Io stessa amo definirmi - dice l'A. - una soul scout, cioè un’esploratrice dell’anima.”
Ogni giorno, alle ore 17 l’artista Annalaura di Luggo farà la sua performance fotografica ed il “Soul scouting“ riservato, su prenotazione, agli ospiti del salone. (a.m.)

giovedì 18 agosto 2016

ma la nonviolenza è solo una utopia? LETTERA di una studentessa





Nell'approssimarsi del 2 ottobre, data di nascita di Mahatma Gandhi e giornata internazionale della nonviolenza proclamata dall’assemblea generale delle Nazioni Unite (dal 2007), riteniamo indispensabile esporre alcune idee, proprie del punto di vista umanista.La risoluzione riafferma "la rilevanza universale del principio della nonviolenza" ed "il desiderio di assicurare una cultura di pace, tolleranza, comprensione e nonviolenza".«La nonviolenza è la più grande forza a disposizione del genere umano. È più potente della più potente arma di distruzione che il genere umano possa concepire».Pubblichiamo le riflessioni di una giovane studentessa sperando in una risonanza.


ma la nonviolenza è solo una utopia?

La logica della nonviolenza è spesso additata come utopistica, come se la violenza fosse un dato di fatto monolitico  e come tale debba essere accettato senza obiezioni, costruendo, intorno a questa immutabile verità, retoriche di pseudogiustizia, di opposizione tra bene e male, di libertà, che a conti fatti si rivelano solo parole vuote, delegittimate del loro significato e purtroppo foriere di tragicità.
La nonviolenza è sì un’utopia, da non intendersi però come “qualcosa di assurdo, ma piuttosto come una possibilità non ancora esplorata e portata a compimento” [1] Essa è una visione esistenziale, e dunque politica: si delinea un nuovo modo di fare politica che si svincola dalla forma di mera lotta per il potere che le abbiamo storicamente assegnato.
Compito antropo-politico della nonviolenza è sostenere l’esistenza delle alternative resistendo alla logica impositiva delle strutture del potere. Se è riconosciuto che l’aggressività è componente umana correlata alla sua evoluzione prima biologica e poi storica, è oramai acclarato scientificamente che il suo opposto - nella antinomia - è la componente innata della solidarietà-altruismo: nel dilemma tra individuale e sociale dovremmo attivare oltre l’ego il nostro connaturato “we-go” [2](Noi). 
Tale tema andrebbe opportunamente ricordato nella programmazione di politiche europee per affrontare p.e.  gli inarrestabili e imprevisti flussi migratori e invece assistiamo o alla polarizzazione estrema dell’aggressività da una parte (vedi posizioni razziste e nazionalistiche) o all’opposto alla polarizzazione poco autoprotettiva dell’altruismo (per esempio l’assistenzialismo fine a se stesso sino al buonismo di parole).
La politica - che non si occupa di utopie ma ha comunque da perseguire un trend umanistico - ha da operare una mediazione tra gli opposti di questa antinomia aggressività-altruismo, ego-wego: una mediazione bilanciata che sia adattativa ai mutamenti storici  e trasformativa (capace di disegnare il futuro). “I prossimo duecento anni di storia saranno influenzati dai nostri atti di oggi”, ebbe a dire qualcuno in un dibattito televisivo. Vero.
La nonviolenza, quando si traduce in prassi politica, si realizza anzitutto nell’esercizio di diritti e doveri reciproci, nella reciprocità sociale, nel riconoscimento dell’Altro (che siamo anche noi), nei rapporti interpersonali, generazionali  e anche di genere: risulta, dunque, quanto più vero lo slogan femminista “il personale è politico”. Proprio il femminismo si presenta come un perfetto esempio di lotta rivoluzionaria non violenta contro la struttura granitica ereditata dal passato del potere patriarcale e maschilista; lotta che passa attraverso il non discriminare uomo e donna in campo lavorativo e sociale e non, come dai media ci è talora presentato, attraverso l’idea di donna aggressiva, violenta che per superare le “disparità di genere” deve, molto banalmente, farsi uomo. L’umanità è promiscua. Certamente sarebbe un errore operare una dicotomia per cui all’uomo corrisponde il male e alla donna il bene ma in una logica non violenta ci si potrebbe ispirare all’empatia femminile, passando anche  al “noi” tra i generi. Sarebbe un primo passo. Tatoli Martina (studentessa)





[1] Così Gino Strada (tratto dal discorso tenuto alla consegna del “Nobel alternativo”).

[2] Espressione tratta dal volume “Noi - perché due sono meglio di uno”- Massimo Ammaniti

sabato 13 agosto 2016

Settimana Medievale di Trani: CHI ERANO VERAMENTE MANFREDI & ELENA?



TRANI: città di grandi tradizioni storiche non solo medioevali ha accolto imperatori , santi, navigatori, crociati, commercianti di ogni nazione. Basti ricordare che nel 1063 ha pubblicato il primo Codice Marittimo del Mediterraneo.



ilMatrimonio di re Manfredi” nell'ambito della Settimana Medievale di Trani (3-7 Agosto 2016):
Manfredi di Svevia ed Elena d’Epiro, questi sconosciuti


Da qualche anno a questa parte a Trani viene organizzato dall'associazione Trani Tradizioni il “Matrimonio di re Manfredi”, un evento - rievocazione storica delle nozze del re e della bella Elena. Tra sfilate, cortei, tamburi, luci, musici e giullari si consuma l’evento in questione, come in altre città medioevali di Italia, in un mix "turistico" di ricostruzione storica, atmosfera fiabesca e spettacolo per famiglie.

Chi erano nella realtà storica i protagonisti della vicenda?


Tralasciando i fuochi multicolori ed i costumi sgargianti, proviamo ad entrare nella realtà storica dei due personaggi celebrati. Il luogo fisico del festeggiamento è il castello di Trani, fondato nel 1230 da Federico II Hohenstaufen, terminato nel 1249 con le opere di fortificazione condotte da Filippo Cinardo e da Stefano di Romualdo Caraberese (come riportano le due iscrizioni presenti nel cortile occidentale del castello): esso fu la dimora d’elezione di Manfredi  che qui intese celebrare le sue seconde nozze con la giovane Elena.

I due sposi

Il 2 giugno 1259 giunse a Trani una diciassettenne bella ed attesa: Elena veniva dall’Epiro e portava in dote al diletto figlio illegittimo di Federico II e di Bianca Lancia, Manfredi, Corfù e Durazzo. Il luogo scelto per i festeggiamenti fu proprio il castello di Trani: tutta la città rese omaggio alla nuova regina. Dal loro matrimonio nacquero quattro figli: Beatrice, Enrico, Federico ed Enzo. Di solito, a quel tempo, il matrimonio era una questione d’interessi e non certo di cuore: nel matrimonio feudale la sposa era subordinata al suo feudo, mentre la Chiesa la subordinava al suo sposo; il matrimonio feudale finiva per diventare un accordo tra genitori che legavano tra loro i propri figli nell’interesse della terra. Anche nelle norme federiciane, le Constitutiones Melfitanae, il matrimonio era un rapporto di alleanza che la donna aveva il dovere di mantenere tra i due gruppi familiari: la donna doveva  garantire l’uso del corpo e dei beni che portava. Così a volte accadeva , contrariamente agli obblighi ecclesiastici, che si univano in matrimonio dei parenti, allo scopo di salvaguardare la fortuna familiare. Nel caso di Manfredi ed Elena, però, il loro legame andò oltre le mere questioni d’interesse economico: Elena fu molto amata da Manfredi. Manfredi fu nominato da suo padre Federico reggente perpetuo del Regno di Sicilia, pur non avendo alcun diritto al trono perché figlio illegittimo (Federico amava molto Manfredi perché suo figlio gli somigliava molto ed ovviamente i figli legittimi dell’imperatore non gradivano affatto questa situazione). Manfredi tenne per sé la parte peninsulare del Regno, mentre suo fratellastro Enrico ebbe la reggenza della Sicilia, sebbene ancora minorenne (rimase sotto la tutela di Pietro Ruffo che però si rivelò  un pessimo amministratore, tanto che le città siciliane si rivoltarono contro di lui). 
Manfredi dovette lottare anche con suo fratello Corrado IV, re di Germania  e di Sicilia: Corrado tolse a Manfredi la giurisdizione feudale e si mise in marcia con un esercito per combatterlo apertamente. Così nel 1252 Corrado ottenne la resa di Napoli e della Terra di Lavoro dopo strenue battaglie delle città del Regno che appoggiavano Manfredi, ma  morì improvvisamente nel 1254 e Manfredi fu sospettato d’averlo ucciso; il suo erede legittimo era suo figlio di due anni, Corradino.
A questo punto Manfredi concluse alcune trattative segrete avviate precedentemente con il papa: diventò, così, vassallo del re di Sicilia, Edmondo Lancaster, di nomina papale, quindi anche vassallo del papa. Il papa, forte di questi accordi, scese a Napoli con l’intento di indebolire il governo di impianto normanno-svevo, ma fu tradito da Manfredi, il quale non solo non firmò il patto, ma organizzò il suo esercito musulmano di Lucera ed inflisse una prima grande sconfitta alle truppe papali.
I baroni siciliani riconobbero a Manfredi il titolo di re (rifiutando sia il Lancaster sia Corradino): Manfredi accettò così la corona e ripristinò le modalità assolutistiche di suo padre nel Regno ed inoltre, imitando le mire espansionistiche di Federico II, volle fare sue le città ghibelline del Nord ed alcune zone del bacino del Mediterraneo. Per ottenere questo scopo si servì delle collaudate strategie matrimoniali: diede in sposa al principe Pietro d’Aragona sua figlia Costanza e cercò l’alleanza con il re d’Epiro, Michele II, sposandone in seconde nozze la figlia Elena (erede dell’impero d’Epiro).
Per un decennio fu un protagonista indiscusso, ma, quando divenne papa Urbano IV, francese, il suo destino pareva già compiuto: il nuovo papa offrì il Regno di Sicilia a Carlo d’Angiò. Anche il successore di papa Urbano, Clemente IV, appoggiò la politica del suo predecessore e nel 1266, a gennaio, incoronò in San Pietro Carlo re di Sicilia.

Il triste epilogo e la battaglia di Benevento (1266)


Purtroppo, però, la sorte della dinastia sveva terminò il 26 febbraio 1266 con la sconfitta e l’uccisione di Manfredi, nella battaglia di Benevento: il papa Clemente ordinò di riesumare il corpo di Manfredi e di seppellirlo in terra sconsacrata, in riva ad un fiume, sotto la sabbia, così che le ossa potessero essere disperse dalle acque . L’evento fu descritto da Dante nel  Canto III del Purgatorio: << Io mi volsi ver' lui e guardail  fiso: biondo era e bello e di gentile aspetto, ma l'un de' cigli un colpo avea diviso […] Io son Manfredi, nepote di Costanza imperadrice…>>; qui Dante immagina che Manfredi lo preghi di far conoscere la sua vera condizione alla figlia Costanza, una volta tornato sulla Terra; egli racconta la storia della sua morte nella battaglia di Benevento e la preghiera finale di pentimento a Dio. 


Inoltre Manfredi rivela l’ingiusta persecuzione che l’arcivescovo di Cosenza fece contro le sue spoglie, dissotterrate e disperse per ordine di Clemente IV. Sua moglie Elena apprese la notizia della sua morte mentre si trovava nel castello di Lucera; le venne reso noto anche della profanazione e depredazione del cadavere. Subì l’abbandono ed il tradimento di tutti i suoi fedeli, eccetto una coppia di tranesi, Munaldo e Amudilla, che l’aiutò a rifugiarsi nel castello di Trani, nell’attesa di tornare in Epiro e salvarsi. Nel frattempo, però, l’imperatore di Bisanzio aveva spodestato suo padre in Epiro e la bella Elena fu scoperta nel castello tranese e fu imprigionata, paradossalmente, in “casa” sua, in quello stesso castello che l’aveva celebrata come giovane sposa di Manfredi; le furono anche tolti i figli: Beatrice fu imprigionata a Castel dell’Ovo, a Napoli, ed Enrico, Federico ed Enzo a Castel del Monte. 
Castel del Monte si ritrovò ad essere anche prigione dei 3 figli maschi di Manfredi

Beatrice riuscì a liberarsi solo diciotto anni dopo in seguito alla rivolta del Vespro e partì per la Sicilia, dove viveva la sua sorellastra Costanza; Elena morì nel castello di Lagopesole, dove era stata portata da prigioniera, nel 1271, a ventinove anni.
Questa, in breve, la storia dei due sposi, una storia che è il prodotto del suo tempo e che è ben lungi dall’ambientazione fiabesca ed incantata che avvolge le giornate tranesi di celebrazione di queste nozze medievali. (Rosa Maria Ciritella)


mercoledì 3 agosto 2016

ELOGIO DELLA FOLLIA 30: PARLA ERDOGAN, SULTANUS DIXIT


Silentium est aureum sed Sultanus dixit atque nequeo tacere. 
Il silenzio è d'oro ma il Sultano parlò ed io non posso tacere.

Le mie risposte pubbliche sono generalmente tardive in quanto mi piace distanziarmi dalle emozioni evocate dagli eventi, prendere fiato (sono vecchio) e riflettere. Da poco è uscita la intervista che il signor Erdogan ha “rilasciato” alla RAI, in particolare alla giornalista italiana Lucia Goracci. Vengo dal passato europeo ma oramai comincio ad intendermi - io Erasmo da Rotterdam - di come i presenti cercano di comunicare attraverso i media.
Bravino questo Recep Tayyip Erdoğan: coraggioso il livello di non-risposte fornite alle domande circostanziate della giornalista; efficace la capacità di manipolazione comunicativa sostenuta più da rabbia di sapore genitoriale che da un carisma di cui tutti i leader con tendenze spiccate al totalitarismo sono capaci. 
Ma voglio rivolgermi direttamente a Lei, signor Erdogan. Non ho paura di confrontarmi perché da noi la Libertà è di casa. Naturalmente è facile per Lei rispondere all'intervistatore così, in maniera solenne e contemporaneamente arrogante; è facile quando si gioca in casa e in "casa del potere”. Facile è per una persona arroccata su posizioni fondamentaliste essere sprezzante dinanzi ad una donna che ha solo l’arma della penna (che anche Lei teme se è vero che “spariscono” tanti giornalisti in Turchia). E Lei di donne ne ha vilipese tante nella intervista: la Lucia Goracci (doppiamente biasimevole in quanto donna e giornalista) e persino la Federica Mogherini che, malgrado donna, è il prestigioso capo della diplomazia europea. Mi chiedo come sarebbe stata la intervista con Oriana Fallaci, capace di intimorire personaggi del calibro di Khomeyni, quando non esisteva il politicamente corretto. Ma non divaghiamo.
Dapprima, ammetto (ma forse sono ancora ingenuo per voi del terzo millennio), nella perplessità iniziale e nella confusione del Golpe turco, ho pensato che fosse realmente accaduto quanto ci veniva trasmesso o per lo meno che fosse una reale scossa al sistema imperante oggi in quella landa che ai miei tempi era l'Impero Ottomano. Poi, rivedendo con quanta rapidità il sisma si sia ridotto ad una prevedibile tragedia per gli insorti, allora il sospetto di assistere ad un gioco di prestidigitazione  si è fatto strada nelle nostre menti. Non abbiamo prove, certo signor Erdogan, che il Golpe sia stato proprio orchestrato ma abbiamo il sospetto che sia servito più a Lei che agli insorti. Vede, è sospetta anche la rapidità con cui si sia ristabilito l’Ordine. Ordine è una parola grossa e subito i governanti dell'Europa, dopo un imbarazzante silenzio, Le hanno persino mostrato solidarietà. Lei ha compreso che la solidarietà non era propriamente espressa nei Suoi confronti? Il timore che gli insorti fossero più fondamentalisti di Lei ha bloccato molte capitali europee. Poi è arrivato precoce ed implacabile l'Ordine:    quell’ordine di tombe, di regole imposte, di arresti così ben concertati ed organizzati in poche ore. Non c’è che dire, abbiamo visto dall'estero una macchina ben oleata ed addestrata. La tabula nigra, mi scusi, volevo dire la blacklist era già pronta da tempo? forse fremeva sul tavolo. Occorreva uno stimolo-evento? Ecco profilarsi la occasione. 
Un dictator che sfugge al rovesciamento ed al declino mortale è portato a riflettere (abbiamo già visto gli occhi “persi" e vitrei di Mussolini, di Ceausescu, di Gheddafi e tanti altri). Lei no: nessun turbamento. Qui, nel caso del Suo sguardo, vi è la fierezza (premeditata?) della vendetta. La Storia, signor Erdogan, mente di rado. Non condanniamo facilmente da noi ma non assolviamo sic et simpliciter (lo dica a Suo figlio che vorrebbe proteggere con il Suo potere anche fuori dei confini turchi). E sia ben chiaro che noi amiamo e stimiamo il popolo turco, come amiamo e stimiamo ogni popolo della Terra, fin quando non si renda responsabile di atti disumani. 
Ma torniamo alla intervista a dire il vero un poco unidirezionale. Ora Lei obietterà che noi Europei siamo stati sempre arroganti e forse è anche vero. Ce la crediamo un poco troppo culturalmente e politicamente: scusateci ma la democrazia, Ius e Iustitia sono nati e cresciuti qui e da qui espansi altrove. E' vero, noi europei (ma non volevate entrare in Europa, grazie alla parte europea di Costantinopoli-Istambul?) talora sembriamo troppo sicuri e talora stupidi (come è capitato con Hitler p.e.) ma Le assicuro che non lo siamo: abbiamo solo la educata presunzione che il nostro senso di libertà possa essere condivisibile dagli altri. Non siamo scemi e neanche facilmente domabili come qualcuno crede.
Ergo, signor Erdogan, faccia un passo indietro. Lei che ha bacchettato l'Europa con frasi decisamente poco diplomatiche e sulla base di un preciso ricatto politico ("apro il rubinetto degli immigrati e dei terroristi", per intendersi); Lei che ha offeso donne e l'Italia ricordandoci il problema della Mafia e della Loggia P2; Lei che ci ha fatto la lezione in diretta di svelarci quante e quali nazioni al mondo prevedano le esecuzioni capitali; ascolti un suggerimento sulla pena capitale. Faccia attenzione a restaurare quanto la saggezza e sapienza laica di Ataturk aveva allontanato dalla civiltà turca. Non vorrei che un domani la ripristinata pena capitale dovesse ricadere sotto forma di lama sul Suo capo (come succedeva ai generali ottomani quando venivano sconfitti in battaglia). Si sa, dictatores non durano mai tanto. Rimango a Sua disposizione per chiarimenti, Erasmo da Rotterdam.


lunedì 25 luglio 2016

SAPEVATE CHE....? A #ISCHIA SI PUO' AMMIRARE LA PIU' ANTICA SCRITTURA GRECA DEL MEDITERRANEO: LA COPPA DI NESTORE

E SE DOMANI, MAGARI FRA 3MILA ANNI, UNA NOSTRA CERAMICA DI CASA FOSSE RITROVATA CON UNA SCRITTA INCISA? sarebbe un bel colpo per l'archeologo del futuro

Oggi vi portiamo ad Ischia, a Lacco Ameno: alla scoperta di un reperto archeologico tra i più importanti al mondo e per il quale molti musei stranieri farebbero carte false pur di acquisire il pezzo. Eppure tanti di noi ne ignorano persino la esistenza. 


LA COPPA DI NESTORE


La Coppa di Nestore, di fattura greca, risale al 725 a.C. (Roma era stata fondata da pochi anni, per intendersi) ma la singolarità del pezzo risiede nel fatto che esso reca una scritta (epigrafe) in greco così antico (alfabeto euboico) da dover essere letto da destra a sinistra (contrariamente al greco e analogamente al fenicio, dal quale alfabeto derivano tutti gli alfabeti mediterranei). Straordinario. Ma come mai si trova ad Ischia? Ed erano così colti i coloni della Magna Grecia che vi si insediarono?


Kotyle importata da Rodi con iscrizione graffita in versi, nota come "Coppa di Nestore". Dalla necropoli, Valle di S. Montano (Lacco Ameno), Tomba 168. 725 a.C. ca. VETRINA XX del Museo di Pithecusae (villa Arbusti, Corso Angelo Rizzoli, 210, Lacco Ameno, Ischia.







Una sala del complesso museale di Villa Arbusto. Una Sezione è dedicata alla figura del mecenate Angelo Rizzoli (editore, produttore cinematografico) che tanto contribuì al lancio dell'isola di Ischia negli anni Cinquanta. Le anfore tardo-geometriche della Necropoli di Valle di San Montano erano adibite a enchytrismos, cioè accoglievano neonati morti.


I muli della "Stipe dei cavalli", località Pastola, Lacco Ameno


Le tombe degli adulti erano in genere a cremazione (a tumulo) mentre le tombe a fossa erano per i fanciulli (inumati a enchytrismos, cioè in anfore o pithoi)


 Nell’VIII secolo a.C. greci provenienti dall’Eubea si insediano ad Ischia e vi fondano una colonia, Pithekoussai: è la prima volta che ciò accade in Italia; qualche decennio più tardi sarà fondata Cuma.


Perché i greci si sono spinti tanto lontano dalla madrepatria? Perché, presa la decisione di stabilirsi ad Ischia, si insediano a Lacco Ameno?

L’archeologo Giorgio Buchner, scopritore di Pithecusa, scriveva: “A prima vista appare sconcertante che le colonie greche più antiche, Pithecusa e Cuma, siano state quelle rimaste anche in seguito le più settentrionali in Italia, le più lontane dalla madrepatria. E’ evidente, inoltre, che non si presceglie una piccola isola montagnosa e collinosa, per giunta così lontana, per impiantarvi una colonia agricola e di popolamento. (…) …la fondazione di Pithecusa ha avuto motivi di carattere commerciale”. Era vero.
All’epoca erano già sfruttati i giacimenti di rame e ferro dell’Elba e dell’Etruria; l’ipotesi che la fondazione della colonia (e non di un semplice emporium) sia legata all’estrazione di rame e ferro all’Elba e in Etruria ha ricevuto conferma allorché sono state ritrovate officine per la lavorazione del ferro, con residui metallici di provenienza elbana.

Diceva ancora Buchner, che ha ridisegnato la archeologia delle isole del Tirreno:” La località prescelta dai coloni era in posizione particolarmente favorevole per l’impianto della nuova città, somigliante a quella di molti altri insediamenti costieri ellenici. Il promontorio di Monte Vico, che forma la punta nord-occidentale dell’isola, si protende nel mare con coste a picco ed anche verso l’entroterra presenta pendii scoscesi, facilmente difendibili, che racchiudono in alto un’area abbastanza vasta e relativamente pianeggiante. I due approdi alla base del promontorio, la baia di san Montano a N-W e quella che era spiaggia dei pescatori aperta verso N-E, assicuravano riparo secondo i venti. Ai piedi dell’acropoli, la valle pianeggiante di san Montano offriva un’area adatta per l’impianto della necropoli”.

LA COPPA DI NESTORE, RITROVATA E RICOMPOSTA DA BUCHNER NEL 1955, RECA UNA INCISIONE POST-COTTURA CHE ATTESTA IL LIVELLO DI CULTURA DEGLI ABITANTI




La coppa è una kotyle, ossia una tazza piccola, larga non più di 10 cm, di uso quotidiano, decorata a motivi geometrici. Fu importata nella colonia greca di Pithekoussai, l'odierna Ischia, da Rodi, secondo alcuni insieme ad una partita di vasi contenenti preziosi unguenti orientali, e portata alla luce nel 1955 dall'archeologo italo-tedesco Giorgio Buchner, che sia avvalse della collaborazione di Carlo Ferdinando Russo per lo studio epigrafico. La coppa, rinvenuta in circa cinquanta frammenti poi ricomposti, faceva parte del ricco corredo funebre appartenente alla tomba di un preadolescente di appena dieci anni. Essa reca inciso su di un lato in alfabeto greco eubolico in direzione retrograda, ossia da destra verso sinistra (come nell'uso fenicio), un epigramma formato da tre versi, il primo con metro giambico e il secondo e terzo con perfetti esametri dattilici. L'epigramma fa riferimento alla famosa coppa descritta nell' Iliade di Omero:  "Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona". Le lacune sono tutte interpretabili con sufficiente sicurezza, solo la seconda parola del primo rigo presenta quattro o cinque lettere mancanti. L'iscrizione si rifà dunque a quanto descritto nell'XI libro dell'Iliade v. 632, in cui si narra della leggendaria coppa dell'eroe acheo Nestore (la coppa era tanto grande che occorrevano quattro persone per trasportarla).




A VILLA ARBUSTO "METAMORPHOSIS, i miti, i luoghi, la memoria" dal 3 Luglio all'11 Settembre 2016: teatro, musica, cinema, arte, archeologia.

Il Museo merita molte più visite. Si organizzano nella Villa manifestazioni culturali e teatrali proprio per attirare visitatori. La vista dalla Villa è superba. 
*Molte informazioni sono tratte dalla monografia di Costanza Gialanella "Il Museo di Pithecusae", ed. Nuvola Grafica, 2012. (am, foto am)

martedì 19 luglio 2016

#19luglio 24 anni fa morivano per noi: #Borsellino e altri Eroi

Per non dimenticare (chi lo ha vissuto). 

Per far sapere (a chi non era ancora nato).




La scorta di Borsellino: gli Eroi dell'Eroe

Falcone e Borsellino

sabato 16 luglio 2016

PIANTI, SHOCK & NOTIZIE: CHIODO SCACCIA CHIODO e difese AS IF

Il rientro degli Italiani da Dacca

Nizza


Funerali di Andria


TANTA VIOLENZA O CI UCCIDE O CI ZOMBIZZA. RIMANIAMO "PENSANTI"


Come pensare, come rispondere allo stordimento delle tante morti, alle catastrofi, alla violenza interumana ed ai massacri. Come proteggerci senza rinunciare a proteggere. Come spiegare ai bambini che cosa sta succedendo in assenza di guerre dichiarate e in assenza di risposte. Come dare l'esempio a chi si aspetta da noi sicurezza di intenti ed atti. Come salvare la libertà che l'Europa ha coniato ben prima dell'euro, senza rinunciarvi.  Come restringere la libertà, tanto duramente conquistata, a fini di sicurezza territoriale e civica. Come riaggregare una Europa stordita da insani nazionalismi e ora da eventi che neanche nella fantapolitica e nei fumetti tipo "Nathan Never" ci si poteva immaginare. Ecco cosa ci aspetta, come cittadini europei.
"La Società sotto assedio" descritta da Bauman è ora veramente tale e non la preconizzava neanche il sociologo polacco: così Zygmunt Bauman non pensava di essere profetico con i concetti di "società liquida", di paura liquida, quella paura che ora ci blocca il respiro ed il pensiero. Dobbiamo temere o accogliere i migranti (che a migliaia sono stati ingoiati dal mediterraneo)? Ecco spuntare paranoidismi trumpisti di cui l'Italia è stata un precursore con le frange dei Bossi (contro i meridionali) e dei Salvini (contro i meridionali-dei-meridionali). Ecco riapparire xenofobi e i superbuoni, senza gradualità intermedie. Razzismi e antirazzismi. Allora fare entrare tutti? senza controllo? senza identificare? La Turchia ora in fase di crescente islamizzazione, lei, la nazione che aveva saputo porre un freno alla intransigenza medioevale dei fautori della teocrazia, sta rinunciando alla laicizzazione: il colpo di stato fallito in Turchia - notizia che si è affastellata su tutte le altre, confondendoci - aumenta lo strapotere del Sultano o lo ha indebolito? Boh, boh. L'incertezza,  prima caratteristica del futuro,  è divenuta presente, quasi quotidiana.  Pensare che l'Europa ha delegato alla Turchia di essere la affidabile Porta d'Oriente quando è guidata da un leader a dir poco imbarazzante per  le qualità dittatoriali che fanno rivoltare nella tomba Ataturk. Concorda lo psichiatra Vittorino Andreoli in una intervista rilasciata di recente: siamo in "una cornice di civiltà disastrosa",  l'Italia e l'Occidente stanno "regredendo alle pulsioni istintive", al dominio della "cultura del nemico": "La superficialità porta l'identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso". E Lupi solitari o gruppi di Lupi circolano dalla rete alla realtà e viceversa.

Il Golpe fallito e i transfughi in Grecia

INSTABILITA', DESTABILIZZAZIONE, PERDITA DI IDEALI-GUIDA, CARENZA DI IDENTITA' PERSONALE E DI SENSO STORICO STANNO MINANDO LA CULTURA EUROPEA


Dinanzi a tanta instabilità è arduo condurre la vita quotidiana se non con modalità AS IF ("Come se"), come in certe disfunzioni psichiatriche, "come se" un evento non stesse accadendo: non possiamo più rimuovere aspetti angosciosi e facciamo di più, li neghiamo. Rivedendo web-immagini carpite dalla simbiosi uomo-smartphone sugli scenari di violenza da campo di battaglia, noi vediamo zombi che riprendono facendo slalom tra cadaveri: sono inebetiti dal dolore traumatico? o sono affetti da un grado di empatia zero (uomini di ghiaccio)? comunque questi nuovi cinereporter zombizzati dal mondo digitale ci rendono una testimonianza che spesso rende "ingenui" famosi scatti di guerra del Novecento come quelli di Robert Capa (a proposito, con quello che l'uomo combina in guerra e no c'è ancora qualcuno che ipotizza che la foto dell'uomo colto nell'attimo di morte durante la Guerra Civile spagnola non sia vera?)

EPPURE ABBIAMO ANCORA UNA CERTEZZA. NON FARCI SOPRAFFARE DALLA PAURA E UNIRCI COME EUROPA DINANZI ALLE MINACCE E RICATTI INCOMBENTI. L'UNICA RISPOSTA DA DARE A NOI E AGLI ALTRI. RIMANIAMO PENSANTI E UNITI. ANCHE POLITICAMENTE.


(am)

martedì 5 luglio 2016

MATERA2019: Pietro GUIDA, grandi mostre nei Sassi






LE GRANDI MOSTRE NEI SASSI - PIETRO GUIDA E LA SUA UMANITA' DI PIETRA 


     
MATERA,  1° luglio 2016. Un evento di grande importanza nella futura capitale europea per il 2019.
     Si è inaugurata il 29 giugno scorso, nel suggestivo complesso rupestre Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci, 
la mostra dello scultore, maestro Pietro Guida, nel
l'ambito delle Grandi Mostre nei Sassi, nella sua XXIX edizione, organizzata come sempre dal circolo La Scaletta (1959)  di Matera.

“Racconto di un popolo di statue”è il titolo dell’esposizione composta da quarantuno sculture in cemento e gesso, realizzate tra il 1947 e il 2016. L’opera più recente, ispirata al mito di Pigmalione, viene esposta per la prima volta nella rassegna materana.



    Si tratta della esposizione di quarantuno sculture che, data la location (come si suol dire), sembrano quasi nate naturalmente nelle grotte affrescate sulla Gravina di
Matera, nei cunicoli degli ipogei, a contatto con la pietra ruvida del posto. La relazione
affascinante fra lo scavato del luogo e lo scolpito delle statue, rende la mostra di alto
 valore artistico e grande impatto emozionale.
    Anch'io, un po' stordito dalle presentazioni rituali che hanno anticipato la visita, sono rimasto ammaliato poi nel vedere. Fra la persona-spirito e la statua-materia, inerme, di pietra (cemento e gesso), grazie alla elevata espressività, nasce un rapporto magnetico aperto ad ogni proiezione che sottende un possibile dialogo felice con l'Altro, con il mondo e con se stessi, poichè il senso del bello è questo che è capace di suscitare. Ho scoperto ancora una volta, di fronte all'opera di un Autore che non conoscevo, quanto la mano dell'uomo possa stimolare sensazioni forti.
     Il novantaseienne artista, campano di nascita, tarantino di adozione, è un uomo che ha vissuto tutto il Novecento, recuperando la sensualità delle creature giunoniche,
il richiamo delle forme e la loro gestualità.


Pietro Guida, nato a S. Maria Capua Vetere ( Caserta), vive e lavora a Manduria (Taranto) dal 1949.




    E' stata una meravigliosa sopresa per tutti i visitatori del primo giorno. Si  rende merito alla Scaletta (associazione organizzatrice), gli enti patrocinanti, gli sponsor, per aver aperto al pubblico (sino al 6 novembre p.v.) una mostra di grande cultura, quella cultura che se anche ''non fa mangiare'' (Tremonti), vivifica le nostre vite, esalta l'interiorià migliore, rinfranca le relazioni (lo stupore condiviso con gli altri visitatori). DA VEDERE!            
(Italo Zagaria)
           

                                                                                         

BOLOGNA: Roberto VECCHIONI racconta e si racconta


A Bologna, presso i giardini il CUBO si tiene una importante rassegna estiva in cui sono ospitati personaggi importanti del mondo della cultura e dello spettacolo. Il 30 giugno è toccato al grande cantautore e professore, Roberto Vecchioni che, intervistato da Franz Campi, ha raccontato e si è raccontato. La serata è stata un’occasione per presentare e promuovere il suo nuovo libro “La vita che si ama”, titolo questo che è anche del suo tour 2016, e per cantare alcuni dei suoi pezzi più famosi come “Dimentica una cosa al giorno”.
L’artista ha spaziato parlando un po’ di tutto, dalla vita alla politica dall’importanza delle parole al racconto di suo padre.
Ha iniziato con un elogio della sua compagna sottolineando per un artista quanto sia importante avere a fianco una donna che lo capisca e quanto ciò faciliti il suo lavoro. Poi ha proseguito con un commosso omaggio ai suoi quattro figli Francesca, Carolina, Arrigo e Edoardo.
Dopo questa introduzione, Vecchioni è entrato nel vivo della narrazione trattando il tema principe del suo libro, la felicità. La felicità vista non come punto d’arrivo, come traguardo ma come continua battaglia, come percorso che ognuno deve umilmente percorrere.
Ha raccontato due aneddoti collegati tra loro dal tema dell’abbandono di una donna:  un suo alunno che, lasciato dalla ragzza la sera prima della maturità, ha rischiato di non superarla vanificando i sacrifici di anni di studio e appunto rischiando di non raggiungere mai quella felicità a cui aspirano gli esseri umani e la sua storia di quando fu lasciato dalla sua prima ragazza la sera prima di partire per il servizio militare.
Poi, da buon professore, si è abbandonato ad una riflessione sul valore delle parole nella società moderna e nella poesia chiedendosi se poeti famosi come Neruda avrebbero reso così bene il loro pensiero se avessero usato parole diverse, sinonimi. Le parole rischiano di perdere la loro importanza e le giovani generazioni non se ne rendono conto.
In fine ha voluto ricordare gli altri artisti con cui ha collaborato, da Branduardi a Dalla, passando per molti altri. Ma soprattutto ha voluto ricordare la grandezza dello scomparso Lucio Dalla, con cui si conosceva fin da giovanissimo, fin da quando iniziavano a far conoscere la loro musica a Bologna.

Una serata piacevole che è volata via su queste riflessioni giungendo a termine con un ricordo del padre e del suo arrivo a Milano da Napoli, della sua genialità, del rapporto con la moglie e dei suoi vizi; il gioco e le donne, vizi che però non impedivano, secondo l’Autore, di essere un grande uomo che amava sua moglie e i suoi figli.(andrea boccuzzi)