lunedì 16 giugno 2014

Alabama Monroe - recensione





Un vuoto raggiunge le pareti dell'animo dello spettatore e sulla scia delle
note disperate del bluegrass, ci si perde in una dimensione che possa
elevare da tanto dolore, e chiamando in aiuto le parole si prova un senso di
abbandono perché nessuna potrebbe dar forma a tale dolore e all'amore
narrato, tutte ne profanerebbero l'entità. Siamo trascinati sin dalla prima
scena nella disperazione di una madre e di un padre di fronte alla crudeltà
della malattia che sta portando via piano la loro bambina di sei anni. È
Maybelle che lotta contro il cancro nel letto di un ospedale ed Elise
(Veerle Baetens) e Didier (Johan Heldenbergh) sono di fianco, alternando
momenti in cui si lasciano sopraffare dalla rabbia, a momenti di amore puro
che riesce a liberarli per regalare sorrisi e gioia a Maybelle nei suoi
ultimi giorni di vita. Felix van Groeningen alimenta la sua pellicola
strutturandola attraverso salti nel tempo, come fossero puri richiami della
memoria, e dal percorso della malattia di Maybelle ci si trova a vivere
l'emozione dell'amore che nasce tra Didier ed Elise. Siamo nei primi anni
del duemila in una città del Belgio dove Elise è una tatuatrice di
professione e per passione tanto da disegnare ogni emozione sulla sua pelle,
Didier è un suonatore di banjo che rincorre da sempre il sogno americano,
amando il bluegrass che definisce il lato più puro del country, un genere di
musica che nasce dal suo mito Bill Monroe, di cui è interprete, e che
diventa il ritmo della loro vita. Ed è il bluegrass che intreccia le loro
semplici anime ed ogni performance è il suono limpido del loro amore, che fa
vibrare anche le corde dell'anima di chi guarda ed ascolta, gli sguardi e lo
scambio di sorrisi scolpiscono nell'eternità la loro unione. Un'unione in
cui Elise continua a credere anche dopo la morte di Maybelle, nonostante il
dolore dal suono stridente e metallico la conduca in una dimensione
spirituale in cui rifiuta la sua identità, tanto da cambiare legalmente il
suo nome in Alabama e separarsi fisicamente da Didier che invece vive la
perdita con un approccio razionale, urlando l'odio per l'oscurantismo
religioso degli Stati Uniti che rallenta la ricerca sulle cellule staminali
facendo crollare anche il suo sogno americano. L'ultimo tatuaggio sulla
pelle di Elise è segno indelebile di un'amore che va oltre la sofferenza e
la morte e le note che precedono i titoli di coda sono l'unica forma che si
possa dare alla tristezza che rimane anche sotto la pelle. È una pellicola
che prende vita dall'opera teatrale di Johan Heldenbergh, nonché attore
protagonista ed amico di Felix van Groeningen, ed è il film che è stato
sconfitto agli Oscar come miglior film straniero da "La grande bellezza",
mentre Veerle Baetens ha vinto l'European Film Awards 2013 come migliore
attrice grazie alla sua magnetica interpretazione.(Antonietta D'Ambrosio)

1 commento:

  1. La vita è anche questo, dolore, tanto dolore che ,spesso fa da contraltare a tanto amore...Non ho visto la pellicola, ma la tua recensione è, come sempre, capace di trasmettere emozioni, che , poi, è il fine nobile di ogni pellicola......

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