mercoledì 10 febbraio 2010

TEATRO - La passione delle troiane

di Michele Miglionico


Quando Fabrizio Saccomanno (Taltibio) rompe il silenzio con un monologo in griko, ci consegna la chiave di lettura dello spettacolo. Il Salento è il trait d'union ideale tra il mito classico e il mito cristiano, essendo stato tanto parte della Magna Grecia quanto colonia bizantina - e il griko, variante locale del greco, tuttora in uso in alcune comunità, ne è evidente eredità. La familiarità degli attori con questa lingua si evince dalla veracità con cui ne fanno uso, riuscendo quasi a far crollare il muro dell'incomprensione; la sua sonorità ci restituisce con vividezza i personaggi di Euripide, più vicini che mai all'originale, nonostante la contaminazione pugliese. E in griko sono anche le canzoni, prodotte dallo stesso cast, innestate nella tradizione locale, suonate dal vivo: la musica è colonna portante della rappresentazione. Per sua stessa natura convoglia con più facilità il grido di dolore delle donne di Troia, che vedono cadere fratelli, mariti, figli per una stupida guerra. Particolarmente vibranti le interpretazioni canore di Alessandra Crocco, nei panni di Cassandra. La magia sta nel mancato stridore tra i mondi di Troia, della Puglia e, in una certa parte, della Gerusalemme in cui l'addolorata Maria piange suo figlio crocifisso. Non mancano i monologhi in italiano. Il giovane Astianatte (Fabrizio Saccomanno) lamenta la fine orribile di suo padre Ettore, insieme a sua madre Andromaca (Ninfa Giannuzzi) e a sua nonna Ecuba (Silvia Ricciardelli), prima di subire un martirio ante-litteram ed esser compianto a sua volta dalle donne di famiglia. Il suo corpo viene deposto come il "Cristo morto" di Andrea Mantegna, il momento in cui la contaminazione tra le due varianti dello stesso archetipo - la morte dell'innocente - è massima e palese. Confonde meno del previsto l'eco di Maria di Nazareth nelle parole e nei gesti di Andromanca ed Ecuba. Ora come allora, la compagnia denuncia l'orrore e l'insensatezza del mondo degli uomini, che accecati dal loro odio finiscono per morire e lasciar sole, con le loro ferite inguaribili e ingiustificabili, le donne a loro care. La felicissima intuizione di affidare alle salentine e alla tradizione delle moroloja questo grido universale, trascendente nel tempo e nello spazio, è di Salvatore Tramacere. Così, se ancora ce ne fosse bisogno, i Cantieri Teatrali Koreja si confermano una realtà solida e prolifica, capace di far leva sulle proprie radici pur parlando a tutti. Da tenere sempre d'occhio.

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