mercoledì 16 aprile 2014

Storia di una ladra di libri - recensione






La parola scritta che attutisce il dolore, porta colore e vita agli occhi che non possono vedere e mani che non possono toccare, conduce lontano dall'orrore di una guerra tanto narrata, ma non per questo sostenibile per l'odio e la ferocia di uomini così lontani dall'essere umani. E chi vince davvero in questa storia è l'amore, l'amicizia, la solidarietà, il rispetto ed il senso del giusto, sentimenti resi eterni dalla magia delle parole. Brian Percival ci conduce in Germania, nel periodo che precede la seconda guerra mondiale dove Liesel (Sophie Nelisse), una bambina di dieci anni, subisce la perdita del fratello, sepolto quasi senza lacrime, ed il distacco dalla mamma colpevole di essere comunista, che la protegge affidandola ai maturi coniugi Hubermann. Liesel entra nel suo nuovo mondo muovendo passi incerti, lasciandosi guidare dalla cura generosa del padre adottivo (Geoffrey Rush) e dalle regole di quella donna impetuosa fatta di tuoni (Emily Watson), il cui cuore grande si riconoscerà nel momento in cui un ragazzo ebreo, figlio di amici, chiederà rifugio. Liesel affiderà il suo segreto a Rudy, il ragazzo dagli occhi dolci e sorriso leale che sarà con lei quando ruberà dei libri dalla ricca libreria della famiglia per cui sua madre svolgeva lavori domestici. E con lei urlerà verso lo spazio infinito l'odio per Hitler. Il buio si colora di cielo, il silenzio si riempie di voci, il fratello scomparso è il bambino dell'ombra nel racconto di Liesel che irrompe nel rifugio anti bombardamento spazzando via il terrore. Solo un vago disturbo, la voce narrante della morte, i cui spazi d'ombra vengono illuminati e riempiti dalla prepotenza dell'amore ed un finale affrettato, nel quale la vita di Liesel si srotola nel tempo con un ritmo che non segue lo stesso passo lineare del racconto. Dalla magia della parola prendono corpo sentimenti, si annullano distanze, prende forma l'amore, l'unica forza capace di scavalcare la morte.
La pellicola, tratta dal romanzo "La bambina che salvava i libri" di Markus Zusak, commuove e riconduce verso valori autentici ed assoluti.
   (Antonietta D'Ambrosio)


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