mercoledì 10 aprile 2024

INFORMATICA-MENTE: DAL SÈ INTRAPSICHICO AL SÈ RELAZIONALE Tra cibernetica e metapsicologia

 


Antonio Damasio, neuroscienziato portoghese



*Pubblichiamo, su richiesta di Colleghi e per facilitare la ricerca, questo articolo scientifico del dr. Achille MIGLIONICO,  già pubblicato su IAT Journal, III, nn. 1-2,  pp.97-107, ed. PensaMultimedia, 2017. La pubblicazione compendia ricerche precedenti dell'A. e prelude alle ricerche in atto nel SIEB sulla tematica della Intelligenza Artificiale, che a breve sarà dibattuta con altri specialisti in specifico seminario e scritti vari. Il dr. Achille MIGLIONICO ebbe il proprio incipit sin da giovane: agli esami di maturità classica portò una audace tesina sulla Cibernetica e feed-back che sollevò ammirato interesse nella commissione d'esame ed i successivi studi di medicina a Bologna - con la rilevanza dei meccanismi a retroazione (feed-back) in biochimica e fisiologia - lo avrebbero portato con gli studi di neuropsichiatria (Bari, Roma) ad abbracciare la Scuola di Palo Alto (Gregory Bateson in primis), la Teoria dei Sistemi di von Bertalanffy, infine a studiare varie teorie della Comunicazione funzionale disfunzionale (Eric Berne e AT, Richard Bandler e John Grinder, etologia umana). Di teoria della Informazione e comunicazione si occupò primariamente nel volume Manuale di Comunicazione e Counselling, edito da Pensiero Scientifico Editore (2000), ancora in uso presso diversi Istituti di formazione.

 



INFORMATICA-MENTE: DAL SÈ INTRAPSICHICO AL SÈ RELAZIONALE

Tra cibernetica e metapsicologia

dr. Achille Miglionico

 [1]

Parole-chiave: Intelligenza collettiva – Mente – Sé - Io

 

 

 

 

 sommario: L’A.  distingue tra Sé ed Io. Sé ed Io sono fenomeni diversi gerarchicamente ed il Sé precede l’Io, filogeneticamente e ontogeneticamente. L’Io compare con l’Homo sapiens moderno: la consapevolezza di sé (sapere che siamo) è la coscienza ma solo con la coscienza-della-coscienza emergono l’autocoscienza e l’Io (sapere chisiamo): l’Uomo moderno. L’A. accosta il Sé alla Mente batesoniana; il Sé ha un versante intrapsichico ed uno interpersonale, senza del quale non può sussistere (intersoggettività del Sé). Ma anche l’Io, quale sistema che comprende tutti i fenomeni subegoici (come gli Stati dell’Io berniani), ha un versante più “intimo” ed uno interpersonale (transazionale).

 

 

summary: The A. distinguishes between Self and  Ego. The Self and the Ego are hierarchically different phenomena and Self precedes Ego  in philogenesis/ontogenesis. Ego appears in  modern Homo sapiens. To know what we are is different than to know who we are: consciuosness is  awareness of Self but cosciousness of consciousness is the different quid. The A. does not distinguish between Self and batesonian Mind: the Self is intersubjective (intrapsychic and interpersonal). The Ego (and bernian Ego States that are subegoic phemomena) is intrapsychic and interpersonal (= transactional). 



Tutte le cose erano insieme. Poi venne la Mente e le dispose in ordine” 

(Anassagora, Diog. Laer., Vite dei Filosofi, II, cap. 3)

 

MENTE, CIBERNETICA, INTELLIGENZA COLLETTIVA. Ogni sistema cibernetico è considerato da Gregory Bateson come una mente. La mente è «il sistema totale che elabora l'informazione e che completa il procedimento per tentativi ed errori» (in Verso un’Ecologia della Mente). Una mente – svilupperà Bateson soprattutto in Mente e Natura- opera sulla base di informazioni (le chiama differenze e differenze-delle-differenze). La differenza (= la informazione [2] ) non è nelle cose, ma piuttosto nel loro rapporto, essa non è presente né nel tempo né nello spazio. Per definire la differenza, Bateson, come farà anche Eric Berne nel mondo psicoterapeutico - ricorre alla dicotomia di Alfred Korzybski tra mappa e territorio: la mappa non è il territorio.  Oggi noi lo sappiamo, ce lo confermano studi di neuropsicologia e gli scritti neurobiologici di Antonio Damasio: l’encefalo elabora tra Self e non-Self una miriade di mappe “interne” e soprattutto esterne al Self nella vita di relazione creando un delicato e sofisticatissimo sistema di rappresentazioni virtuali e immateriali (un software, se vogliamo semplificare) che è la rappresentazione mentale

Gregory Bateson


 La mente è la mappa delle mappe, mentre la realtà è il territorio (il territorio è inconoscibile di per sé, come sa bene un pilota di aereo che guardi la mappa e il terreno che percepisce [3]); la differenza è dunque ciò che viene trasferito dal territorio alla mappa. Tra il numero elevatissimo di informazioni esistenti nella realtà interna e soprattutto esterna, la “mente” seleziona, archivia, filtra, elabora incessantemente riuscendo anche a non “allagarci” di informazioni superflue rispetto al contesto ed al qui-ed-ora. Sequenze di informazioni sono messaggi e costrutti più complessi sono le idee. Riferendosi a Carl Gustav Jung, Bateson distingue tra il mondo fisico del pleroma che funziona “secondo forze ed urti”, ed il mondo mentale della creatura che funziona secondo differenza. Comunque questi mondi sono solo astrattamente separabili; la mente è sempre immanente al sistema-soma; la mente, come ripetiamo a clienti e studenti, “abita” il corpo.

In Mind and Nature  “zio Gregory” poi individua i sei criteri che un sistema deve avere per essere qualificato come mente: 1) il sistema agisce su differenze (= informazioni); 2)  è formato da parti collegate da canali attraverso i quali vengono trasmesse le differenze (canali di informazioni); 3) il sistema dispone di un’energia collaterale (senza della quale non funziona); 4) il processo mentale «dipende da catene di determinazione circolari e più complesse». Va spiegato. Queste catene fanno sì che il sistema sia autocorrettivo (Self-Organizing System) nella direzione dell’equilibrio (omeostasi di Cannon [4]). Insomma anche la mente – come il soma - si affida ai feed-back che sono circuiti retroattivi che modificano i propri fattori al fine di autoregolarsi sull’effetto (p.e. la autoregolazione della glicemia). 

5) Gli effetti della informazione sono trasdotti (sono versioni “codificate”) della informazione che li ha preceduti. Questa è una conseguenza del fatto che la mappa non è il territorio, pertanto nella mente non si avrà mai il territorio, la cosa in sé, ma solo mappe di mappe. Vedo una sedia nella mente ma non c’è una sedia fisicamente nella mente, solo una rappresentazione della stessa.

Infine, il sesto criterio è: 6) la descrizione e la classificazione di questi processi di trasformazione rivelano una gerarchia di tipi logici immanenti ai fenomeni. Bateson si basa qui sulla teoria dei Tipi Logici di A.N. Whitehead e Bertrand Russell esposta nei Principia Matematica. 

Bertrand Russell


La mente, in quanto sistema interposto tra sovrasistemi e subsistemi (v. Teoria Generale dei Sistemi di Ludwig von Bertalanffy),  deve poter operare sulla base di livelli differenti di sistema. Nella concezione di Bateson, dunque, la mente non si limita agli individui, ma anche la società e, soprattutto l’ecosistema stesso nella sua globalità è una mente, la “vasta Mente” il sistema più grande ed importante che esista, di cui l’individuo è solo un sottosistema. È questo l’aspetto olistico dell’approccio di Bateson. Senza ottica sistemica, secondo noi, non si può “intelligere” la Natura. In effetti dal mondo biologico sono scaturite nel Novecento prove e asserzioni similari, tutte considerabili come enunciati o intuizioni di sistemi [5]

Lord Ludwig von Bertalanffy, il biologo-matematico della Teoria dei Sistemi


Quasi contemporaneamente alle ricerche entomologiche di Wheeler, Emile Durkheim, uno dei fondatori delle moderne scienze sociali, sosteneva che la società non fosse semplicemente originata da un contratto tra individui liberi ed uguali, ma una realtà di natura superiore, sui generis che, procedendo dagli individui, rendeva possibili gli accordi tra di loro. Per questo, ne Le forme elementari della vita religiosa,  il sociologo francese definiva la società un' intelligenza superiore capace di trascendere l'individuo nello spazio e nel tempo. Una sorta di intelligenza collettiva di oggi. 

Emile Durkheim, il sociologo francese


L’intelligenza collettiva e la  swarm intelligence (intelligenza di sciame) guardano  alla Teoria Generale dei Sistemi di von Bertalanffy, così come studi di entomologi  a mio avviso coincidono con il concetto di mente di Gregory Bateson. Insomma un'azione complessa deriva da una moltitudine di individui biologici: è intuitiva un'intelligenza collettiva, quando in natura osserviamo comportamenti complessi in colonie di insetti o stormi di uccelli, oppure banchi di pesci, gruppi di cetacei o mandrie di erbivori (gnù che ciclicamente migrano verso il Serengeti). Naturalmente devono esservi differenti livelli di intelligenza collettiva di mano in mano che si sale lungo la evoluzione biologica in quanto il comportamento di una formica o di una termite è più prederminato rispetto alla complessità encefalica di un mammifero preso nella sua individualità relazionale. In effetti la swarm intelligence è riferita più ad agenti biologici non sofisticati. 

Qualunque sia il livello raggiunto, la qualità emergente di un sistema autorganizzante dunque travalica la mera individualità dei suoi membri ed è un salto di livello sistemico nella teoria sistemica (così il sistema-famiglia è più della somma dei suoi membri, come ben sappiamo nella prassi clinica e psicoterapeutica).  Nella swarm intelligence  il sistema lavora senza un controllo centralizzato. Non è quindi il caso degli alieni di Indipendence Day (1996 e 2016), che, avendo una regina superpotente che li guida telepaticamente, ne sono soggiogati e limitati: qui vi è un controllo centralizzato, gli individui sono sofisticati filogeneticamente ma la regina ancor di più. La regina di un alveare invece  non controlla le api e non è consapevole di quanto accade o fa accadere. Il comportamento collettivo osservabile è, quindi, il frutto delle semplici interazioni che ha un singolo componente verso gli altri oppure verso l'ambiente. [6]. Il progetto cibernetico I-Swarm (Intelligent Small World Autonomous Robots for Micromanipulation) è un esempio di ricerca applicata alla robotica, anzi alla microrobotica. Va da sé che senza hardware (ed una energia collaterale) non esiste il software (almeno a noi così è noto): senza cervello non si sviluppa mente, senza formiche non hai un formicaio. 

Il concetto di intelligenza collettiva è stato poi ripreso e diffuso dallo studioso Pierre Lévy che ha dedicato un libro specifico: L'intelligenza collettiva. Per un'antropologia del cyberspazio.  Nel saggio del 1994, Levy  si rifà a ricerche condotte presso il centro di ricerca sull'intelligenza collettiva dell’Università di Ottawa. Sebbene il termine sia stato ripreso da Douglas C. Engelbart (1962), Pierre Levy è colui che si è focalizzato sulle potenzialità di questa capacità umana, contribuendo alla sua divulgazione in ambito sociologico.

Pierre Lévy, il filosofo che studia l'impatto di Internet


Con la nascita della Rete, secondo il filosofo francese, con la diffusione delle tecniche di comunicazione su supporto digitale, sono sorte nuove modalità di legame sociale, non più legate a territori definiti geograficamente, a relazioni istituzionali, o rapporti di potere, ma basate sull’attrazione verso centri d'interesse comuni, sul gioco, sulla condivisione del sapere, sull'apprendimento cooperativo, su processi aperti di collaborazione. Questo fenomeno suggerisce l'idea di “intelligenza collettiva”, ossia una forma di intelligenza distribuita ovunque, continuamente valorizzata, coordinata in tempo reale, che porta ad una mobilitazione effettiva delle competenze. Piuttosto che appiattire l'individuo all'interno di una collettività massificata e uniformante, questo sapere distribuito – a dire di Lévy - determina un vero e proprio processo di emancipazione e civilizzazione, poiché pone ogni persona al servizio della comunità, da una parte permettendogli di esprimersi continuamente e liberamente, dall'altra dandogli la possibilità di fare appello alle risorse intellettuali e all'insieme delle qualità umane della comunità stessa. L'intelligenza collettiva, dunque, espanderebbe la capacità produttiva e creativa della comunità perché libera i singoli aderenti dalle limitazioni della propria memoria e consente al gruppo di affidarsi a una gamma più vasta di competenze. Gli assiomi di partenza dell'argomentazione di Lévy sono che il “sapere è sempre diffuso”, "nessuno sa tutto, ognuno sa qualcosa" - e che "la totalità del sapere risiede nell'umanità". Tutta l'esperienza del mondo, quindi, coincide con ciò che le persone condividono e non esiste alcuna riserva di conoscenza trascendente. Il che è assolutamente vero ma, oggi noi sperimentiamo ogni giorno di più, che ciò accade entro certi limiti che sono i limiti dell’uomo stesso [7] . 

Come tutti gli strumenti potenti che l’Uomo sviluppa,  Internet richiede una (auto)regolamentazione dell’individuo che è essa stessa una utopia; la dipendenza da Internet aumenta in ogni fascia di età e l’uso-abuso di Internet richiedono approfondite riflessioni psichiatriche e sociologiche sui pro e contro, anche in termini di controllo (si veda il tema della sorveglianza liquida di  Z. Bauman[8]. Il cyberspazio, oltre che di condivisione (assicurata più a fini consumistici che realmente democratici), necessita di una urgente regolamentazione almeno in due aree: 1) stabilire età minima di accesso [9] ; 2) redazione di un codice internazionale  come quello che si rese necessario per “navigare” in mare (Convenzione di  delle Nazioni Unite sui diritti del mare, Montego Bay, 1982) : finché Internet rimane terra di nessuno ad approfittarne saranno più i fuorilegge (e gli sprovveduti) che i cittadini adulti e formati, in quanto la Rete è più liquida e globale delle società liquide che la utilizzano.[10]

 

MENTE, SE’ ed IO ed il problema della autocoscienza 

L’idea che la mente organizzi le cose tra mondo interno e mondo esterno è solida ed affascinante. La Mente si è organizzata  per acquisire e fornire informazioni, esplorare, confrontare ed elaborare dati, memorizzare dati ed esperienze della vita: il tutto è orientato all’attività di problem solving nella vita di relazione ed alla sopravvivenza di specie. Il circumambiente pone sfide di sopravvivenza, con-vivenza e continui problemi da risolvere. Chi è più evoluto a livello di filogenesi ha più capacità di problem solving.

Quando spingiamo la mente ad esplorare la stessa Mente, ad interrogarsi, autointervistarsi, essa appare goffa e limitata, quanto un radar anomalo, orientato male, che punti a qualcosa di diverso dal cielo.  Abbiamo trattato il tema in molte e distanziate circostanze. [11] La domanda legittima infatti è: quando si forma nella mente e nel Sé, un Io cosciente?  Il Sé è inafferrabile fino a quando non lo pensi; appena lo molli non esiste più, scrivemmo nel 2004 per una giornata IAT di Siena.  L’Io è invece più afferrabile, intuitivo, vivibile da qualunque persona sia dotata di coscienza, anzi autocoscienza (alla John Searles). In realtà il Sé precede qualunque Io (se c’è un Io) in quanto identifica l’organismo (e la persona) nella sua totalità rispetto al circumambiente (il non-Sé). Anche un’ameba, che non ha Io, dispone di un Sé. Ogni organismo vivente (unicellulare o pluricellulare che sia) per essere tale ha da "individuarsi" e quindi, in un "sistema aperto”, ha da disporre di confini tra “dentro” e “fuori” (inside e outside): perché ci sia un Sé distinto da tutto ciò che è non-Sé. Per questo le cellule vegetali e animali hanno strutturato una membrana "a pori variabili": per essere individui e poter comunicare tra dentro e fuori secondo necessità, tra Sé e non-Sé. Sono gli immunologi gli studiosi che hanno scoperto la base biologica del Sé e non-Sé, appena hanno scoperto l'esistenza e funzionamento degli anticorpi e degli antigeni, che sanciscono cosa è Self e cosa è non-Self . I dubbi tra Self e non-Self si pagano in medicina: le malattie autoimmuni p.e. Allora: il Sé pre-esiste (anche filogeneticamente ed ontogeneticamente) all'Io. Il Sé appare un concetto di logica superiore all'Io (che può essere e non esserci in un organismo). E l’Io? 

L’Io, inscritto nel Sé, è la struttura che percepisce se stessa ed entra in relazione attiva e intenzionale con altri individui (ognuno con il proprio Io), distinguendo gli Altri come "non-Io".[12]  Quindi nella ricerca mentale, una base sufficientemente “condivisa” da molti AA. e da cui partire è che Sé ed Io sono fenomeni diversi gerarchicamente ed il Sé precede l’Io, filogeneticamente, ontogeneticamente, onticamente. Per arrivare ad un Io consapevole la strada filogenetica è lunga ed irta di difficoltà. Quella che chiamiamo comunemente coscienza (non di ordine morale) parte e origina dal più antico  riconoscimento di Sé (Self Recognition, per esempio nel vedersi allo specchio) ma siamo ancora lontani dalla vera autocoscienza o autoconsapevolezza o coscienza-della-coscienza, che si manifesta come  un processo sempre più complesso rispetto alla prima iniziale presa di coscienza: nella presa di coscienza elementare, in cui si assiste sperimentalmente ad un riconoscimento di Sé (Self Recogniton), noi sappiamo confusamente che siamo (ci riconosciamo come scimmie oppure uomini) ma non sappiamo ancora chi siamo (io tra altre scimmie, io tra altri uomini). Solo nel secondo anno di vita il bambino entra nella fase dell’autoconsapevolezza e da lì in poi “stacca” tutti i mammiferi, e gradualmente forma un Io (riferendosi a sé come “io”). E’ cruciale il passaggio – attraverso il Logos -  da ‘Pippo (vuole) acqua’  a  ‘Io (voglio) acqua’. Il Logos diviene dai cinque-sei anni di vita anche scritto e l’Io si storicizza e struttura sempre più. E’ il salto evolutivo culturale più importante quello da parlato a scritto e si traduce in uno psichismo più raffinato a livello di prestazioni. [13]

John Searle, filosofo della mente


Il già citato filosofo della mente e del linguaggio John Searles accomuna la “coscienza” in senso stretto alla consapevolezza di sé stessi (=coscienza-della-coscienza = autoconsapevolezza): [14]  il termine “coscienza” in Searles è sovrapponibile all’accezione psicodinamica che la descrive come condizione di attenzione conscia contrapposta alla situazione inconscia del sonno.

·      Le esperienze coscienti hanno un aspetto innegabilmente qualitativo: basta pizzicarsi un braccio per averne contezza, suggerisce Searle. E’ l’autocoscienza che sa riferire dei qualia (singolare quale[15] . Eccoci all’Io.

·      Rieccoci all’ Io. Qui l’Io è inteso in senso berniano che poi è il senso freudiano. 

·      Io sono Io nel senso cartesiano di “cogito ergo sum” ed “io” (quello linguistico, proprio con la lettera minuscola[16]) è la evidenza dell' “Io” con la lettera maiuscola: perché, in ogni attimo della mia vita cosciente, “io” (minuscolo) sono il concetto di “Io” (maiuscolo). Persino nell’attività onirica, chiusa al mondo esterno, quando siamo inconsapevoli, l’Io si palesa con “io” nel sogno in cui parlo a Tizio e Caio oppure sfuggo ad una minaccia angosciosa. Insomma l’Io è una realtà fenomenologica di cui tutti possiamo aver esperienza e contezza e noi agiamo l'Io (o l'Io agisce?) ogni istante della nostra vita quotidiana.  Pensate che in una visione popperiana in cui l'unica certezza epistemologica è la non-certezza, nessuno riuscirebbe a negare l’esistenza dell'Io, perché è una certezza fenomenologica cui nessun "io" (io-minuscolo) potrebbe rinunciare.[17] Ognuno di noi, cioè ogni Io ha la sua realtà, percepisce il mondo in una forma soggettiva (Umwelt, “universo soggettivo”) e se non percepiamo, se non c'è un Io che percepisce e si "intenziona" non c'è nessun Umwelt, non c'è mondo-dentro, anche se un mondo fisico continua ad esistere. Sappiamo che l’Io genera interazioni ed è transattivo: due Io comunicano tra loro (Eric Berne docet). L’Io interagisce con altri Io (Altri-da-me: Tu, Egli, Noi, Voi Loro). Naturalmente le cose non sono così semplici passando dalla comunicazione tra due amebe a quella tra due uomini: il concetto fenomenologico dell'Io si ricollega al concetto di autocoscienza ed al problema della emersione della coscienza nella evoluzione biologica. L’autocoscienza non è la semplice coscienza di cui probabilmente molti mammiferi sono dotati: si tratta della coscienza-della-coscienza, cioè di essere coscienti della coscienza, il che non è da tutti (parlo a nome dei mammiferi terrestri). Il geniale test dello specchio (mirror test of self-awareness) derivato da Gordon Gallup (1970) ed altri esperimenti ci hanno riservato sorprese [18] ma la sorpresa più grande è che il riconoscimento di sé (self recognition) passa attraverso il riconoscimento degli Altri; attraverso il riconoscimento di Sé  si perviene alla coscienza di Sé (self-awareness). Ma non basta per dire “Io”: un essere vivente per poter affermare “Io” deve necessariamente raggiungere una autocoscienza.


Gordon Gallup

 
E’ vero sì che la “relazione” (in senso oggettuale, di attaccamento e perdita) si struttura dai mammiferi in su ma non tutti i mammiferi sono dotati di autocoscienza. Noi sì. Nello sviluppo dell’identità personale il principio del looking-glass Self  è così basilare in quanto è sperimentalmente connesso alla dimensione relazionale ed interpersonale: dire che il  Sé è intersoggettivo significa anche dire che allo specchio io ho la possibilità non solo di ri-conoscermi ma anche di percepire come gli altri-da-me vedano me, e scopro che anche gli Altri hanno “coscienza” di me (come ci diceva il filosofo K.R. Popper in Conoscenza oggettiva ed altre opere).

 

Il CONTINUUM (solo nell’Homo sapiens moderno si completa) : 

 

self re-cognition (ri-conoscimento di sé ) >>> self  awareness (consciousness di Searle) (consapevolezza di sé, autoconsapevolezza) >>>> consciousness of consciousness

 

La coscienza-della-coscienza è meta-coscienza, è autocoscienza [19].

 

 

Rimbaud, il poeta, scriveva (quasi un Husserl della poesia): "L'io è l'altro." Una relazione cosciente lega i nostri Io. E' la parte transazionale dell'Io berniano. Quando comunico con un Altro, l'Io da potenzialità intrapsichica si apre e diviene potenzialità transazionale. Dunque l'Io lo riconosco anche nell'Altro e l'Io è sia intrapsichico sia transazionale. Lo stato dell'Io "contiene" ( "è di logica superiore", alla Bertrand Russell) tutti gli stati dell'Io (che sono infatti fenomeni subegoici); si può anche dire che gli stati dell'Io sono subsistemi dell'Io; se il sistema-Io è di logica inferiore rispetto al Sé, - concludevamo nel lavoro - il sistema-Sé è il "metasistema di tutti i fenomeni dell'Io e fenomeni subegoici". E' un gioco di scatole cinesi dove un sistema più grande contiene quelli più piccoli. 

 



 

Il così inteso – quale postulato sovraegoico (per chi ha un Io) – coincide con il concetto batesoniano di Mente quando Gregory Bateson asseriva audacemente che la mente fosse extracranica e si collocasse ed espandesse al di là dei confini ossei del cervello (hardware), disegnando relazioni con il mondo esterno: ricordate l’esempio batesoniano  del taglialegna che viene ad essere un metasistema assieme all’ascia e all’albero da abbattere in una impalpabile (virtuale) circuito a retroazione ove anche la informazione sulla durezza del tronco da attaccare con il filo dell’ascia retroagiva in feedback sulla intenzione dell’uomo. Il Sé-Mente si espande anche quando scriviamo sul PC e interagiamo con il mouse e schermo: e sappiamo tutti come il troppo lavoro o tempo passato in interazione coinvolgente con il cyberspazio può farci perdere l’ identità dell’Io immergendoci in un Sé depersonalizzante.

Il Sé- Mente ci rimanda nuovamente a specie animali come le termiti che, non dotate di individualità, lavorano in un collettivo a specializzazione elevata (e quindi ridotta libertà di azione) formando una mente connettiva, una intelligenza collettiva. Da questa rete nasce la “mente emergente” delle società di insetti, che in effetti è una riedizione scientificamente fondata del concetto di super-organismo: un esempio di Sé-Mente senza Io? [20]

Eccoci al punto che più rivaluta epistemologicamente la metodologia analitico-transazionale. Sappiamo che l'Io ha un versante intrapsichico (anche inconscio) ed uno interpersonale (non tutto conscio), come un continuum tra intrapsichico e interpersonale. Sappiamo che questo sistema-Io, funzionando come un continuum, nell'atto di comunicazione si allarga nei confini virtuali in un Io-relazionale, un Io-transattivo, un Io-transazionale (che tutti noi conosciamo bene). Sappiamo che il Sé è gerarchicamente ad un livello meta- rispetto all'Io. Ne discende che anche il Sé è un continuum tra versante intrapsichico e versante interpersonale. Di questo processo si è interessata per esempio la psicoanalisi interpersonale da H.S. Sullivan a Stephen A. Mitchell

Il Sé è intersoggettivo come ci insegnano le osservazioni etologiche e primatologiche, le ricerche sistemiche e psicodinamiche. E l'AT? L'AT si pone naturalmente - con il concetto-ponte di transazione - tra dentro e fuori, tra intrapsichico e interpersonale, consentendo di accedere al materiale psichico internalizzato ed esteriorizzato. Con la visualizzazione transazionale appaiono più chiari anche al cliente fenomeni p.e. come introiezione-proiezione, come scissione ecc. 

 

Dopo questo excursus da capogiro, per concludere, torniamo al tema della intelligenza collettiva, che abbiamo visto è una proprietà emergente del sistema ( non è detto il contrario): essa non ha caratteristiche etiche, emerge e basta come la “liquidità” è proprietà emergente dalla interazione di atomi di H e O e di molecole di H2O. Né a livello di sistema atomico né a livello di sistema molecolare   è prevedibile la liquidità. Così è per la mente del termitaio. Così è stato per la autocoscienza dell’Homo sapiens. Insistere sulla aneticità della natura è importante. Non necessariamente la mente emergente da nuovi livelli sistemici è positiva per l’evoluzione biologica (come nel caso del termitaio) e per la evoluzione culturale. Spetta a noi rendere etici i livelli di sistema che raggiungiamo. Come? Salendo ad un ulteriore meta-livello e mentalizzando conseguenze per la sopravvivenza dell’uomo-tra-gli-animali e la biosfera. Rispettando il Mondo. Questa è vera intelligenza collettiva. 

E non abbiamo ancora fatto cenno all'altro grande impatto sulla evoluzione biologica e culturale rappresentato dalla Intelligenza Artificiale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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Bonabeau E., Dorigo M., Theraulaz G., (1999) Swarm intelligence. From natural to artificial systems, Oxford: University Press.

 

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Damasio A., (2012) Il Sé viene alla Mente, Adelphi ed.

 

Dorigo M., Stützl,e T., Ant Colony Optimization, The MIT Press, 2004.

Durkheim, E. (2005) Le forme elementari della vita religiosa, Milano: Meltemi.

 

Hauser, Marc D. (2002). Menti selvagge. Come veramente pensano gli animali. Roma: Newton & Compton. 

 

Jaynes, J. (1984). Il crollo della Mente Bicamerale e l’origine della Coscienza. Milano: Adelphi.

 

Miglionico, A., Novellino, M. (1996). The Split Self and the Split Ego: from clinical to metapsychology, in AA.VV., T.A. Papers: Tribute to Eric Berne. Ed. Scientifico IAT, IEB e SIEB Bisceglie: Edizioni Don Uva, 51-53.

 

Miglionico A. et Al., (2000), Manuale di Comunicazione e Counselling, Milano: Centro Scientifico Editore.

 

Miglionico, A., Dal sé intrapsichico al sé relazionale,  Relazione  3° Giornata di studi IAT, Rapolano Terme (Siena), Settembre 2004.

 

Miglionico, A., Ulisse ed il Viaggio: il mito della Mente in Cammino. Atti della Giornata IAT, Siracusa, Giugno 2012.

 

Searle, John R. (1997). Il mistero della coscienza. Milano: Raffaello Cortina Editore. 

 

Searle, John R.  (2004). La Mente. Milano: Raffaello Cortina Editore.

 

Wheeler W. M., (2012), The ant-colony as an organism, in Journal of Morphology, vol. 22, 307-325.

 

 


 

 

 

 

NOTE


 



[i] Neuropsichiatra, psicoterapeuta, analista transazionale; Presidente e Dir. Didattico SIEB (Seminari Internazionali Eric Berne – Italia-Spagna. Email: achille.miglionico@yahoo.com

 

[2] Così come abbiamo spiegato nel Manuale di Comunicazione e Counselling, Centro Scientifico Ed., 2000.

 

[3] In realtà anche il territorio che sorvola il pilota è una “mappa”…

 

[4] Cannon, Walter B. (1929), Organization for physiological homeostasis, in Physiological reviews, 9, 399-427.

 

[5] L'entomologo statunitense William Morton Wheeler già nel 1911 aveva osservato come individui apparentemente indipendenti possano operare così sinergicamente da divenire indistinguibili da un unico organismo. Costui maturò questo concetto notando come le formiche agissero come le cellule di un'unica entità, e parlò di un “superorganismo”. Grazie a questa intuizione, uno degli sviluppi più recenti dell'intelligenza collettiva riguarda proprio la riproduzione computazionale del comportamento degli insetti sociali come api o formiche.

 

[6] Kennedy J., Eberhart R.C. (2001), Swarm Intelligence, Morgan Kaufmann Publishers. Gli AA. parlano di stigmergia definendola  è “una forma di comunicazione che avviene alterando lo stato dell'ambiente in un modo che influenzerà il comportamento degli altri individui per i quali l'ambiente stesso è uno stimolo." Il termine (orribile, invero) di stigmergia fu introdotto dallo zoologo Pierre-Paul Grassè, al fine di spiegare il comportamento delle termiti durante la costruzione dei termitai (non ce n’è uno eguale all’altro ma sono accomunati da un progetto riconoscibile); esso deriva dalle parole greche “stigma” ed “ergon”, cioè “segno” e “lavoro”, il che significa "lavoro guidato da stimoli". La stigmergia fornisce una visione a  livello sistemico più elevato in cui n  agenti cooperano per raggiungere un qualche obiettivo, si ottiene quindi un meccanismo generale che relaziona il comportamento individuale con quello della colonia.

 

[7] p.e. lo sviluppo della pornografia correlata a parafilie è stato immediato nel Web quanto e di più di quello che si è osservato dopo l’invenzione della fotografia; i cybercrimini, atti di terrorismo e spionaggio si sono moltiplicati; il riciclaggio di danaro è reso più possibile dalla virtualità della moneta,  ecc); l’utopia stessa di una democrazia diretta mediata dal web ha originato distorsioni talora populistiche.

 

[8] Un grande libro di facile lettura: Bauman Z., Liquid surveillance. A conversation (con D. Lyon, 2013; trad. it. Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Adelphi, 2014).

 

[9] Noi da tempo abbiamo proposto – inascoltati – che la età minima di accesso sia come per la visione dei film,  di 14 anni e che a tale età sia obbligatorio un patentino ottenuto presso la scuola pubblica frequentata (che se ne deve fare carico come dell’insegnamento della educazione civica); che l’accesso ai social sia possibile veramente a 16 anni.  Con l’avvento degli smartphone (diciamo dal 2007 in poi) il mondo digitalico si è fatto invasivo, non c’è più bisogno di “collegarsi” (prima:  “navigo in Internet”) e Internet naviga in noi. Subentra la Fear of Missing Out(FOMO) che è un nuovo tipo di ansia sociale che assale quando temiamo di essere assenti dal mondo connesso. Ne vediamo tanti di casi sia in studio sia in incontri tra professionisti e colleghi.

 

[10] Quest’anno lo stesso Mark Zuckerberg (ideatore di Facebook), in una intervista sul Washington Post, raccontava di come fosse orgoglioso di aver costruito un sistema bellissimo, per unire il mondo, e di come pensava che il social network avrebbe fatto emergere il meglio di ciascuno: sennonché, si era invece reso conto che i difetti di quel sistema erano i difetti stessi degli essere umani. Il giornalista riferisce che Z. appare scioccato dai fatti: davvero non se lo aspettava. E conclude con una osservazione amara quanto impietosa: “forse non è intelligente come lo crediamo” e con un’inclemente “diciamo che avrebbe fatto meglio a finire il college.”

 

[11] Miglionico, A., Novellino, M. (1996). The Split Self and the Split Ego: from clinical to metapsychology, in AA.VV., T.A. Papers: Tribute to Eric Berne. Bisceglie: Edizioni Don Uva. Ed. Scientifico IAT, IEB e SIEB, 51-53. Poi in una relazione tenuta a Siena in occasione della Giornata IAT 2004  ( Dal Sé intrapsichico al Sé interpersonale ); quindi al 4° CONVEGNO PERFORMAT di Neuroscienze, Neuropsicologia e Psicoterapia

 di PISA Marzo 2015 (SELF & EGO:  il CONTINUUM del Sé). 

 

[12] Anche Carl Gustav Jung definiva il Sé (Selbst) come la totalità psichica rispetto a cui l’Io è solo una parte; secondo Freud è gerarchicamente l’Io a determinare la persona, mentre per Jung le cose si invertono.

 

[13] Non si può tacere la suggestiva teoria di Julian Jaynes, il quale correlava negli anni Ottanta la emergenza della coscienza (nel senso nostro di coscienza-della-coscienza, autocoscienza) alla decadenza graduale della mente c.d. bicamerale  (= gli emisferi cerebrali erano come distinti e poco integrati e si  producevano nella mente allucinazioni “fisiologiche”, sovrapponibili a “voci parentali”, voci Genitoriali). Quando la mente diviene gradualmente “monocamerale”? nella transizione tra linguaggio parlato e scritto, afferma Jaynes. La tesi è stata a suo tempo assai contrastata oppure amata da svariati specialisti della mente. In realtà vi sono evidenze scientifiche che la comparsa del Logos e dei correlati centri di Broca e Wernike nel cervello abbia determinato una rottura della millenaria simmetria cerebrale risalente ai primati, rendendo più voluminoso e, come si diceva una volta, “dominante” l’emisfero sinistro (nel 90 % dei destrimani e nei due terzi dei mancini) con ricadute funzionali enormi anche sulla motricità. Tale asimmetria e specializzazione degli emisferi che impararono ad integrarsi si è poi approfondita con lo sviluppo della scrittura e lettura. Si è trovato qualche conferma di ordine sperimentale recentemente e la tesi (2010) è stata ripresa anche da Antonio Damasio, il quale nel volume Il Sé viene alla Mente (Adelphi ed., 2012) parla di scala di costruzione del Sé: dal proto-Sé si perverrebbe al Sé nucleare e Sé autobiografico: l’autocoscienza e l’Io emergono tra Sé nucleare e Sé autobiografico. Comunque, al di là di nomenclature differenti, è oramai ammesso questo continuum nella emergenza della autocoscienza, sul quale siamo tornati a scrivere a più riprese.

 

 

[14] La coscienza consiste in una serie di stati e processi soggettivi. Essi sono stati di consapevolezza di sé, interiori, qualitativi e individuali. La coscienza è allora quella cosa che comincia ad apparire al mattino, quando dallo stato di sogno e di sonno passiamo allo stato di veglia e permane per tutta la durata del giorno fino a sera, quando, tornando a dormire, diventiamo incoscienti. Questo è per me il significato del termine "coscienza"». Così  J. Searle, Mente, coscienza, cervello: un problema ontologico, in Eddy Carli (a cura di), Cervelli che parlano, Bruno Mondadori, Milano, 1997, pag. 185

 

 

[15] “c’è una sensazione qualitativa particolare per ogni singolo stato cosciente…tali stati ed eventi sono talvolta chiamati qualia e il problema di darne una descrizione all’interno della nostra visione complessiva del mondo è chiamato il  problema dei qualia…” (J. R. Searle, p.6 in Mistero della Coscienza).

 

[16] In italiano naturalmente (in altre lingue no).

 

[17] Provate a dire che l’Io non esiste ad una ameba e forse il gioco funziona. Ma se lo dite ad un adulto che comprende la vostra lingua quello penserà che siete folle a fare una affermazione del genere ( o penserà che siete un attore o un filosofo, comunque riterrà che siete "fuori" della sua realtà). 

 

[18] Superano il test di Gallup, tra gli animali testati, solo Homo sapiens dai 18 mesi in poi, scimmie antropomorfe adulte, elefanti, tursiopi, orche e stranamente la gazza europea che è un uccello.

 

[19] Nelle c.d.  perdite di coscienza dal punto di vista neuropsichiatrico perdiamo quantitativamente coscienza (e autocoscienza). Se si entra in confusione mentale o delirium  o in una pre-sincope (lipotimia, iniziale svenimento) si smarrisce l’Io e l’autocoscienza. Se si entra in una sincope (svenimento completo) o addirittura in coma si perde coscienza e autocoscienza, si perde Sé ed Io. Non entriamo in merito alle alterazioni qualitative della coscienza, di pertinenza psichiatrica. Rimaniamo alle alterazioni quantitative di coscienza perché sono attinenti al tema. Altrove abbiamo accennato ad una condizione neuropsichiatrica sui generis, quella della sindrome del locked-in, del “rinchiuso dentro”, del “chiavistello” (Locked In Syndrome, L.I.S., detta in spagnolo “sindrome de enclaustramiento”) in cui il soggetto è incapace di qualsiasi motilità, è deconnesso dalla interazione, “strappato” dal nesso di comunicazione; appare dal di fuori come fosse in “coma” ma il soggetto è in realtà cosciente “dentro”, sente ed ascolta tutto, da paralizzato, quasi fosse sotto l’azione di una neurotossina. Verrebbe da dire in un caso così estremo che l’individuo parrebbe manifestare  un Io ma non un Sé relazionale, forse perché l’Io tollera anche l’isolamento parziale ma il Sé senza interazione è parzialmente perduto in quanto è intersoggettivo, è come se cedesse senza interazione.[19] In realtà il Sé si ritira.

Nella attività onirica – fase REM del “sonno” – Sé ed Io si mescolano caoticamente; nel teatro onirico del Sé noi tutti possiamo parlare in prima persona come un Io rudimentale.

 

[20] Nelle colonie di tèrmiti – insetti sociali tra i più misteriosi per il loro stile di vita sotterraneo e la loro capacità costruttiva e gestionale – è molto basso il grado di complessità (sono insetti con 150-300.000 neuroni ciascuno) e di autonomia di ogni singolo individuo; ma l’insieme di milioni di individui si può considerare come un super-organismo unico, che fa emergere straordinarie performance. Si veda oggi Menti connettive e produzione di mondi negli Insetti sociali. Un modello per l’esperienza cosciente? di Roberto Ferrari, Ricardo Pulido, Francesca Ferri, in Dedalus - Rivista di scienza, filosofia, cultura. n. 1, ott. 2006, pp.27-39.

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